Pubblichiamo quasi integralmente l’articolo, scritto da Walter Chiereghin e apparso sul numero di dicembre 2008 di TRIESTE Arte & Cultura, dedicato all’antologia di scrittori sloveni per lettori italiani.

Capita a volte che, nel compulsivo ricorrersi di libri utili inutili, quando non addirittura dannosi, che intasano le nostre librerie, affiori un volume del quale lungamente s’era avvertita la mancanza. […]
Il libro del quale parliamo tenta di scalfire il muro dell’incomunicabilità, offrendo al lettore italiano un’articolata selezione di testi tradotti, per lo più scritti nel Novecento, che danno conto di un secolo e più di vita parallela di tanti triestini di lingua e di cultura slovena. Non si tratta propriamente di un’antologia letteraria, in quanto alcuni dei testi presentati sono stati scritti con intenti che esulavano dalla finalità poetica o narrativa per essere inscritti nel registro della testimonianza, della saggistica o della prassi, come nei discorsi parlamentari di Josip Vilfan e di Engelbert Besednjak o nella predicazione ecclesiastica di Jakob Ukmar, o ancora nelle lettere di struggente addio scritte dai condannati a morte dal Tribunale speciale, come Pino Tomažič e Simon Kos. Voci diverse, accomunate da un idioma comune e chiamate, in questo volume, a comporre assieme una polifonica corale rappresentazione di un popolo intersecato con quello, maggioritario, di lingua italiana col quale, nell’esiguo ambito di questo fatale lembo d’Europa, ha condiviso lo spazio senza condividere appieno i destini.
Emblematicamente, il brano che apre il libro curato dalla Pirjevec è uno dei più celebri racconti di Boris Pahor, noto anche ai lettori italiani che hanno potuto leggerlo inserito nella raccolta pubblicata col titolo Il rogo nel porto. Si tratta dì Una sosta sul Ponte Vecchio […]
Il racconto collocato dalla curatrice nella posizione d’esordio costituisce in effetti un punto d’arrivo nella descrizione di un secolo di storia e anche di una condizione esistenziale condivisa da un popolo che ha inteso caparbiamente non spogliarsi della propria identità anche quando il regime totalitario instauratosi in Italia in esito al primo conflitto mondiale cercò con ogni mezzo legale ed illegale dì conculcarne i più elementari diritti, a partire da quello, basilare, di potersi valere dell’uso della propria lingua materna quantomeno nei rapporti interpersonali se non in quelli giuridici.
All’altra estremità del libro, la chiusura è affidata ad alcune pagine di uno dei più acuti intellettuali sloveni triestini, Miran Košuta, di due generazioni abbondanti più giovane di Pahor, che nel suo Slovenica si interroga su croci e delizie della sua condizione di appartenente a questa minoranza […]
Tra il racconto di Boris Pahor e la visione problematica di Miran Košuta, si distende nel libro curato dalla Pirjevec un secolo intero, rivisitato tramite l’esibizione di testi diversissimi tra loro per intenti e motivazioni, dalle liriche di Kosovel e Miroslav Košuta, alle prose di Pahor e di Rebula e decine e decine di altre testimonianze nei più eterogenei registri, che unitariamente compongono una storia di tutt’intero quel secolo breve e terribile che da poco ci siamo lasciati alle spalle. Per la comunità degli sloveni triestini, com’è noto, un secolo aspro e problematico, che ha visto la miseria del pregiudizio e della prevaricazione assieme all’eroismo di una resistenza tenace e combattiva, lacerazioni divaricanti e tentativi di convivenza civilmente rispettosa dell’altro, in un equilibrio precario sempre pencolante tra assimilazione e chiusura autoreferenziale.
Ci piace però pensare che quanto ci viene narrato da questo libro non sia la rappresentazione di quello che la comunità degli sloveni triestini è stata, ma, prendendo ancora in prestito la visione di Miran Košuta, di ciò che essa sarà nel futuro che freme dinnanzi a noi.

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